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Il grande progetto della Fondazione

 

SILVIA

 

Che dire di un amico che ho amato per trent’anni e che continuerò ad amare? Come spiegare il perché della cruda semplicità di un dolore tanto intenso? Dire che lui era la mia ancora, potrebbe bastare?

 

Di certo Maurizio non era un uomo comune, da nessun punto di vista.

Non era comune il suo viso, non lo erano il suo sguardo e il suo portamento. Non era comune il suo modo di rapportarsi con “l’altro”, non lo erano la sua generosità e la sua attenzione alle persone, agli animali, alla natura, alla bellezza in ogni sua forma.

Non era comune la sua vita, e lui, come tutte le persone poco comuni, forse non era facile da capire: era stimato per la serietà del suo lavoro, per l’attaccamento alla famiglia, per le abitudini morigerate, per la sua classe e la sua cultura, forse per il suo essere schivo e disponibile al tempo stesso, ma pochi hanno avuto la fortuna di conoscerlo veramente.

 

Io non credo di poter dare un quadro di quello che lui era: troppo sfaccettato, troppo complesso, troppo discreto. Ho avuto una piccola parte del suo cuore e della sua testa, se così si può dire, quella che lui ha riservato a me, e mi è bastata per una vita.

 

Ho conosciuto Maurizio che ero piccolina, più giovane dei miei vent’anni.

Lui aveva solo dieci anni più di me, ma era un uomo, un grande uomo.

“Bellissimo, ricchissimo e molto distaccato”, così me l’avevano preannunciato.

Non avevo gli strumenti per capire il senso di “bellissimo” e “ricchissimo” (non mi parevano allora, e nemmeno adesso, qualità di grande rilevanza), ma io, timidissima, non fui per niente intimidita da quegli occhi trasparenti che, anzi, mi fecero subito sentire “a casa”. E “a casa”, con lui, sono stata sempre.

 

Riaffiorano e mi accompagnano tanti discorsi fatti, che nel tempo mi hanno formata, o che il tempo mi ha permesso di capire fino in fondo. Uno in particolare.

Una sera Maurizio disse che riteneva fondamentale il concetto dei “talenti”: «Secondo me ognuno deve vivere e agire in base ai talenti che ha a disposizione, e deve far fruttare questi talenti, pochi o tanti che siano, nel modo migliore e più completo. Allora potrà dire di aver fatto la sua parte».

Certo, tutti conosciamo la parabola dei talenti, e troppo spesso ne diamo un’interpretazione semplicistica, ma la superficialità non era di Maurizio.

 

Lui l’aveva fatta sua nel significato più profondo. O meglio, aveva trovato nella parabola la forma di quanto lui già aveva profondamente radicato in sé: la consapevolezza che niente di quello che abbiamo, siano beni materiali, capacità intellettive o artistiche o qualsiasi altra cosa, ha senso se lo riteniamo esclusivamente nostro. Non lo abbiamo per merito, sosteneva, ma perché ci è toccato in sorte. Quindi ciascuno di noi è chiamato ad amministrare beni che non sono suoi. Solo partendo da questo principio si può capire come non sia importante quello che si ha ma il modo in cui lo si amministra, come lo si usa.

Lo diceva a proposito di se stesso, non degli altri, che mai si permetteva di giudicare.

 

Più si ha e più si deve fare, costruire e dare.

E così Maurizio ha vissuto: ha fatto, ha costruito e ha dato.

Con il denaro, certo, ma soprattutto con la sua presenza, aiutando tutti quelli che ha conosciuto nella misura in cui riteneva ne avessero la necessità, portando tutti nelle condizioni di mettere a frutto quelli che erano i loro “talenti”, senza mai chiederne un tornaconto, nemmeno emotivo.

Maurizio ha sempre dato anche se stesso, e lo ha fatto come era nella sua natura, con infinita discrezione, quasi con timidezza: Maurizio non insegnava, ma da lui si poteva imparare.

 

Sosteneva con convinzione: «Nessuno di noi ha senso di per sé. Facciamo tutti parte di un disegno più ampio, non so quale, ma so che ognuno ha il suo posto e il suo ruolo, qui e altrove».

Maurizio non aveva paura della morte.

 

Le persone che ora si occupano della Fondazione lo fanno con serietà, entusiasmo e dedizione, sicuramente al meglio, come Maurizio avrebbe voluto.

Io, personalmente, penso con estrema tristezza a come tutto il senso più profondo di un’esistenza debba prendere corpo dopo la morte di una persona, in una Fondazione.

Penso sinceramente che la vita di Maurizio sarebbe stata per tutti un “Patrimonio” ben più importante.

Poi mi dico che in questo modo è come se lui ripetesse ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, che bisogna mettere a frutto ciò che si ha, dare opportunità agli altri, a chi ha avuto meno; che abbiamo un mondo bellissimo e dobbiamo tutelarlo per chi verrà dopo, perché quel grande disegno cui lui credeva non ha limiti di spazio e di tempo…

Soprattutto per questo credo che portare avanti ciò che Maurizio ha iniziato sia l’unico modo per onorare non la sua memoria, ma quella che continua a essere la sua esistenza. Perché Maurizio abbia il suo posto, “qui e altrove”.

 

Maurizio è stato “casa” in tanti modi diversi per un’infinità di persone.

Ce ne sono molte la cui vita è cambiata e ce ne sono altre che hanno soltanto seppellito e conservato inutilmente i loro talenti.

Ma questa è la vita, è di nuovo il grande disegno di cui facciamo parte.

E Maurizio la sua parte l’ha fatta e la sta facendo.

Maurizio sarà per sempre “casa”, e non solo per me: questo è il sentiero che ha segnato.

Silvia

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